Che il terremoto del 5 febbraio 1783 in concreto sia stato lo spartiacque tra il “prima” e il “dopo”, sia per Galatro - completamente raso al suolo - che per i galatresi, lo prova concretamente la chiesa dedicata alla Madonna della Montagna. Prima dell’evento tellurico, infatti, sul suolo ove i fedeli del rione a loro spese hanno poi voluto riedificare il “loro” luogo di culto, si ergeva la chiesa parrocchiale “San Nicola”.

 

L’opera di ricostruzione della chiesa, per gli abitanti del rione, non fu semplice. Necessitavano grandi somme e, nonostante l’unanime contribuzione popolare, apparve chiaro che i tempi necessari per la riedificazione ed il ripristino della vecchia parrocchiale (di cui, nel frattempo, era stato autorizzato il trasferimento in altro sito) erano destinati ad allungarsi negli anni. Ciò soprattutto perché le condizioni economiche di quasi tutti gli abitanti del quartiere, dopo il terremoto, erano improvvisamente diventate tutt’altro che floride.

In tale consapevolezza gli abitanti di quell’antico rione, capeggiati da alcuni esponenti della locale borghesia ed ufficialmente appoggiati dal sindaco del tempo, si affrettarono a supplicare il Vescovo di Mileto ad autorizzare la riapertura della baracca dell’ex convento cappuccino “della Sanità” per il suo temporaneo utilizzo a chiesa. E, ottenuta tale concessione, all’interno di quella baracca un Economo nominato dal parroco di san Nicola ha cominciato a celebrare la messa la domenica e negli altri giorni festivi consentendo così ai fedeli del rione, di poter soddisfare il dovere cristiano di partecipare alla messa senza dover attraversare i fiumi per raggiungere il rione Serghi nel quale era stata dislocata la nuova parrocchiale, al tempo unica chiesa di tutto il paese.

Ben presto, però, i fedeli dell’antico rione ebbero modo di constatare che il locale era troppo angusto e decisero di affrettare i lavori di ricostruzione della loro vecchia parrocchiale. Fecero tutto con sollecitudine tant’é che, nel volgere di poco meno di un anno, la struttura muraria perimetrale del tempio fu completata mediante l’impiego dei ruderi dell’ex parrocchiale. (Ancora oggi é chiaramente visibile il frettoloso ma obbligato accostamento di due diverse qualità di pietra utilizzate per la realizzazione del portale dell’ingresso laterale della chiesa).

Ci son voluti cinque anni perché gli abitanti del quartiere riuscissero a rimettere in piedi le pareti ed il tetto della ex parrocchiale e ad ottenere le necessarie autorizzazioni perché quella riedificata chiesa venisse aperta al culto come “chiesa filiale” o “succursale”. Dipendente, cioé, dalla chiesa parrocchiale.

Inizialmente la nuova chiesa si presentava a navata unica. Successivamente suor Carmela Defelice chiese ed ottenne dal Vescovo l’autorizzazione a realizzare sul lato destro, come jus patronato della sua famiglia, la cappella “gentilizia” San Giuseppe. 

Ben presto, sotto la spinta di alcuni fedeli socialmente più in vista, gli abitanti del rione cominciarono a pensare ad una possibile ed auspicata separazione dalla parrocchiale. Cominciarono a pensare all’autonomia.

Sin dal giorno in cui per concessione vescovile nella riedificata chiesa del “quartiere” si sono potuti tenere i sacramenti ed i sacramentali, i fedeli abitanti di quell’antico rione, hanno cominciato a pensare che, per poter operare in maniera completamente autonoma, il loro tempio doveva essere prima canonicamente dedicato e consacrato ad un santo e, successivamente, elevato a parrocchia.

Inizialmente risulta che i fedeli del rione volessero dedicarlo all’Immacolata Concezione. Successivamente, però, quando si cominciò a provvedere alla dotazione statuaria della chiesa, con l’arrivo della scultura che, opera di Domenico Delorenzo, con bottega nel vicino centro di Garopoli, ritrae la Madonna di Polsi, tra gli abitanti del quartiere cominciò a piacere l’idea che la loro chiesa potesse essere dedicata alla Regina dei campi e protettrice dei pastori. Soprattutto in onore a quei concittadini che dimorando costantemente nelle popolose contrade montane, erano dediti ai lavori dei campi e della pastorizia.

 Il primo, però, a chiamarla “ecclesia filiali sancta Maria de Popsis”, fu Giovanni Conia allorché il 2 ottobre 1820 così la definì nel verbale redatto a conclusione della visita che, come vicario foraneo di Laureana, fu delegato dal vescovo mons. Enrico Capece Minutolo ad attuare alle chiese galatresi.

Ufficialmente la chiesa é stata dedicata a Maria SS. della Montagna contemporaneamente alla sua elevazione a parrocchia, il 16 giugno 1856.

La prima richiesta formale tendente ad ottenere l’elevazione a parrocchia della chiesa, però, é dell’11 agosto 1826.

Bisogna aspettare anni prima che il problema venga ripreso dai cittadini-fedeli del quartiere i quali, nel frattempo, hanno trovato un valido aiuto nel concittadino prete don Nicola Defelice, vicario foraneo di Galatro e parroco della vicina Plaesano, da pochi anni staccata da Galatro e aggregata a Feroleto come sua frazione.

É lui che, nel 1852, accompagnando il Vescovo mons. Mincione nella visita pastorale alle chiese del vicariato, lo ha sollecitato a guardare con occhi paternamente benevoli i fedeli del rione san Nicola di Galatro e di concretizzare la loro pluridecennale aspirazione di vedere elevata a parrocchia la chiesa “filiale”.

Il Vescovo ebbe modo di accertarsi delle reali necessità spirituali dei fedeli del “quartiere”, ma anche di constatare lo stato di quasi totale abbandono e di estrema povertà della chiesa che oltre ad essere priva del fonte battesimale (poi istituito) aveva ancora tutte le pareti interne (escluse quelle dell’abside) completamente prive di intonaco. Più che una chiesa, quella costruzione, sembrava un ricovero stabile per diseredati.

Il Defelice riuscì ad essere convincente tant’é che il Vescovo prese a cuore il problema da lui caldeggiato. Qualche tempo dopo il Defelice ha rinunciato all’incarico di parroco e nel novembre del 1854 mons. Mincione accettava le sue dimissioni da parroco di Plaesano.

L’elevazione a parrocchia della chiesa filiale fu molto osteggiata dal parroco di San Nicola, Don Francesco Antonio Lamanna.  Il Vescovo, però, é stato irremovibile e il 16 giugno 1856, approfittando della circostanza (preparata per tempo) della “santa visita” ha ufficialmente elevato a parrocchia la chiesa filiale ed ha nominato Nicola Defelice, suo primo parroco.

L’altare stuccheo di cui è dotata la chiesa é stato realizzato dall’artista polistenese Francesco Morano nel 1828, a devozione della signora Teresa Rosato vedova del mastro Antonio Nocita e dallo stesso artista ampliato ed abbellito nel 1841, grazie alla contribuzione di Gaspare Garigliani. Questo secondo intervento é stato necessario per prepararlo ad accogliere la statua della Madonna della Montagna a cui tutti i fedeli della sezione “trans flumen”, proprio attorno a quell’anno, avevano deciso di dedicare la chiesa.

L’altare, in stile composito, presenta elementi decorativi che si ricollegano al tardo barocco. Ad abbellirlo e renderlo artisticamente più interessante contribuisce l’inserimento della cinquecentesca pala marmorea del tabernacolo che, proveniente dalla cappella del Santissimo esistente nella diruta parrocchiale san Nicola (e, quindi, nello stesso luogo, prima che il terremoto distruggesse la chiesa) Francesco Morano ha saputo utilizzare con intelligente equilibrio stilistico.

Quando poi, nel corso dei restauri del 1956, da un cumulo di detriti, da molti decenni ammonticchiati dietro l’altare, é stata disseppellita la lastra marmorea con in bassorilievo del Padre Eterno benedicente, il parroco don Scoleri, per evitare che una così bella ed interessante opera rischiasse di perdersi definitivamente, volle che fosse fissata all’altare. Sotto la ricca pala marmorea del tabernacolo.  Il bassorilievo del Padre Eterno originariamente faceva parte della stessa pala marmorea.

L’intera pregevolissima opera é stata realizzata, molto probabilmente, dallo scultore toscano Martino Montanini (1505-1562) la cui bottega messinese é stata attiva nel ventennio 1542 – 1562 [o da suo zio, Giovanni Angelo Montorsoli, (1507-1563) che nel 1542 seguì a Messina] su commissione del primo Rettore della cappella del Santissimo e del priore dell’annessa confraternita.

La chiesa, anche quando è stata elevata a parrocchia, era molto mal messa. Mancava dei necessari arredi e il fabbricato, ancora quasi tutto da intonacare, era quasi allo stato di una stamberga. Per questo motivo, due mesi dopo la sua presa di possesso, il parroco Defelice é stato costretto a rivolgersi al Vescovo per chiedere i primi lavori di completamento e di messa in sicurezza del sacro tempio perché “nel Sancta Santorum penetrano le acque piovane dal muro” limitrofo all’orto di proprietà della stessa parrocchiale. Per anni si andò avanti con piccoli lavori finalizzati a rendere sempre più accogliente la chiesa.

Gli eventi tellurici dell’8 settembre 1905 e del 28 dicembre 1908 hanno prodotto gravi danni alla parrocchiale al punto da compromettere la stabilità dell’intera struttura.

A peggiorare la situazione statica della chiesa, è arrivata la violenta scossa di terremoto che il 7 marzo del 1928 provocò vistose lesioni all’intero fabbricato rendendolo, in pratica, così pericolante da consigliare la sua chiusura al culto. Provvedimento che l’economo curato della parrocchiale, don Sebastiano Musco, avrebbe voluto adottare subito ma che non fece per non suscitare il malcontento dei fedeli.

In seguito all’alluvione dell’ottobre 1953, l’acqua piovana, infiltratasi da sotto le fondamenta del muro perimetrale dell’abside oltre ad invadere l’intera navata ha indebolito la struttura rendendo assai precaria la sua agibilità. Il parroco, don Bruno Scoleri, ha immediatamente provveduto ad allertare le autorità ecclesiastiche competenti, la Prefettura ed il Genio Civile di Reggio Calabria che, dopo accurati sopralluoghi, hanno disposto che venisse demolita e rifatta quasi interamente una parete laterale della chiesa, tutto il tetto e la facciata. I lavori si protrassero per oltre un anno. Su espresso desiderio di don Scoleri e per ripristinare l’originario forma a croce latina della preesistente chiesa parrocchiale, in fondo alla parete di sinistra e parallela a quella gentilizia di San Giuseppe, là dove fin’allora c’era stato l’altare delle “Anime del Purgatorio”, é stata realizzata la cappella della Madonna di Lourdes. Inoltre, poiché la chiesa non poteva rimanere senza campanile, con apposito finanziamento, in cemento armato é stata realizzata la torre campanaria. Mediante una parete di collegamento della torre campanaria alla cappella, sono state create anche due ampie salette subito utilizzate come aule per il catechismo e come luogo di incontro dei giovani della parrocchia.

Durante il periodo in cui la chiesa é stata oggetto dei lavori di rifacimento, tutte le funzioni religiose parrocchiali sono state officiate nei locali dell’Oratorio.

La chiesa é stata riaperta al culto a fine agosto del 1956, in occasione dei festeggiamenti del centenario della sua elevazione a parrocchia. Successivamente, negli anni ’70, il giovane parroco Don Gildo Albanese, con la collaborazione artistica dell’arch. Marisa Orefice Lo Torto ha promosso il totale rifacimento della pittura della navata e dell’abside, la sostituzione dei pavimenti e la nuova veste cromatica dell’altare.

Nel 1976 la denominazione dell’antica cappella gentilizia di San Giuseppe, é stata modificata in cappella del Santissimo. Il suo nuovo altare, mediante la posa delle reliquie di S. Cecilia e di S. Agnese, é stato consacrato dal vescovo mons. Vincenzo De Chiara che ha anche benedetto il moderno mosaico fissato alla parete.

Gli ultimi interventi tendenti a migliorare la chiesa sono stati operati dal parroco Don Cosimo Furfaro che, con il contributo dei fedeli, ha provveduto al cambio delle porte di accesso, al rifacimento totale del tetto ed alla realizzazione della guglia del campanile in lamierone di rame.

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Oltre alla statua lignea della Titolare, posta nella nicchia dell’altare maggiore, in fondo alla parete laterale sinistra della navata é esposta al culto dei fedeli la statua dei santi Cosma e Damiano (scultura lignea che, in sostituzione di quella ottocentesca, nel 1969 é stata acquistata da uno scultore di Ortisei).

Umberto Distilo