Sin dal secolo XVI esiste a Galatro la chiesa consacrata al culto della Madonna del Carmine e, sin da allora, man mano che gli anni ed i secoli sono passati, la devozione mariana si è radicata e diffusa sempre più fortemente nei fedeli locali.

Quando il fervore della Fede vivificava i cuori dei galatresi e tra i vari quartieri, piccoli o grandi che fossero, si instaurava una tacita gara a chi riusciva a realizzare la chiesa più bella e soprattutto più frequentata, nella striscia di terra compresa tra la sponda sinistra del Fermano e la destra del Metramo, fu edificata la chiesa della Madonna del Carmine. E come era già successo per tutti gli altri quartieri del paese, anche quello prese il nome della chiesa attorno alla quale il rione era sempre più cresciuto. E, per secoli si chiamò quartiere del Carmine.

Da un antico documento del 1566 apprendiamo che la chiesa del Carmine, provvista di campanile con una sola campana, è stata realizzata circa un decennio prima, attorno al 1550, per devozione di Don Antonio Galati che, oltre a fornirla di tutti i paramenti necessari, l’ha dotata anche di 12 ducati annui. Le messe quotidiane le celebrava lo stesso sacerdote che abitava nella modesta casa di sole due stanze che si era fatta costruire in adiacenza e in comunicazione con la chiesa. Sull’altare era posto al culto dei fedeli un gran dipinto della Tutelare.

Alla morte del fondatore Galati, la chiesa è passata ai fedeli che l’hanno sempre più abbellita ed ampliata. Anche mediante la costruzione al suo interno di due cappelle.

La prima, dedicata a Santa Cecilia, di jus padronato della famiglia Giuliani, la seconda, dedicata a S. Maria della Provvidenza, realizzata dalla famiglia Silvestri. In questa stessa cappella, negli anni successivi, è stato innalzato un altare a San Francesco di Paola.

La profonda devozione popolare degli abitanti alla loro Madonna ci è confermata dalla fondazione della confraternita laicale dedicata alla Madonna del Carmine e funzionante sin dai primi anni del secolo XVIII all’interno della chiesa rionale. Dalla relazione relativa alla visita pastorale dell’11 maggio 1706, apprendiamo che i componenti della confraternita “vestivano rustici sacchi e portavano lo scapolare”.

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Fino all’alba del 5 febbraio 1783 nell’abitato di Galatro si contavano undici chiese consacrate. Di esse all’ora del tramonto di quello stesso giorno non ne è rimasta in piedi nemmeno una. Tutte ridotte a informi cumuli di macerie. Identica sorte è toccata alle abitazioni dei cittadini.

Finì in totale rovina anche la chiesa del Carmine. Fortunatamente, però, così come per la quasi totalità delle civili abitazioni, anche per la chiesa del Carmine ci fu una rinascita. Ma in un altro sito. La chiesa fu riedificata non solo per soddisfare le esigenze spirituali e la profonda devozione del sacerdote Manduci, ma anche per non lasciare un piccolo rione nascente senza alcuna assistenza religiosa.

 Pertanto, così come inizialmente è avvenuto per la chiesa parrocchiale, anche per la chiesa del Carmine, i fedeli del nuovo rione, ricorrendo all’impiego di robuste travi e rustiche tavole, riuscirono a costruire una capiente chiesa-baracca.

Ma, suscitando il generale malcontento dei fedeli, il parroco Garuffi, vietò che all’interno di quella baracca, venissero celebrati i sacri riti. Tra i sacerdoti locali, però, ancor prima che il Vescovo stabilisse se all’interno di quella chiesa-baracca, inizialmente dedicata alla SS. Trinità, si potessero o meno celebrare la messa e le altre sacre funzioni ci fu Don Domenico Manduci che decise di assecondare le richieste dei fedeli del nuovo quartiere “La Madonna” e di non rispettare il divieto imposto dal parroco Garuffi.

 E celebrò messa regolarmente.

Successivamente, sempre Don Domenico Manduci, che negli anni difficili della ricostruzione è stato vicario parrocchiale, vincendo le ostilità del parroco Garuffi aveva animato la chiesa-baracca realizzata in località Serghi superiore, decise di lasciare un’opera duratura ai fedeli e compaesani del quartiere “la Madonna” e a tutti i galatresi.

Così, il 20 settembre del 1800, quando le sue condizioni di salute erano diventate precarie, don Domenico decise di convocare  il notaio nella sua abitazione del rione Madonna e dispose, con proprio testamento, che tutti i suoi beni venissero ereditati dai nipoti i quali, dal ricavato dell’olio, erano obbligati a destinare cinquecento ducati alla costruzione di una chiesa.

Decise inoltre che il nuovo piccolo tempio rionale  – che, inizialmente, quando era ancora baracca era stata dedicata alla SS. Trinità ed al Nome di Gesù -  per continuare la secolare devozione mariana dei galatresi e per suo desiderio fosse consacrato alla Madonna del Carmine.

I lavori di costruzione si protrassero per cinque anni e nel 1806 la chiesetta, a navata unica e con il solo altare maggiore fu consacrata ed aperta al culto dei fedeli. Ma le varie attività evangelizzatrici che si pensava che sin da subito potessero essere avviate in quel nuovo luogo di culto, sono state ridotte e assai limitate, con grande delusione degli abitanti del quartiere, per manifesta ostilità del parroco del tempo,don Gregorio Ozzimo.

Il Vescovo pur rendendosi conto che le suppliche con le quali i fedeli gli sollecitavano che la loro chiesetta venisse dotata della sacra pisside erano fondate, tardava ad assecondare le loro richieste.

Dopo qualche tempo, però, grazie alla sensibilità di mons. Minutoli e, subito dopo, anche di mons. Armentano, nella chiesetta si cominciò a celebrare quotidianamente grazie alla disponibilità dell’economo curato don Antonio Drago e, nei decenni successivi,  grazie alla devozione di alcuni sacerdoti locali, tra i quali si ricorda don Giuseppe Pagani che, libero da impegni parrocchiali, tutti i giorni celebrava nella chiesetta del Carmine.

Nelle sue semplici linee architettoniche, la chiesa è ispirata alla più assoluta razionalità. 

Ha forma rettangolare (m. 14 x 7,50) ed è alta m. 6,95. La cantorìa, da alcuni decenni rifatta in cemento armato è dotata di scaletta di accesso realizzata in ferro battuto, misura m. 6,80 x 2,80.

Particolare nella sua forma triangolare è il campanile che volge le due facce dotate di campane una verso la “piazzetta” antistante la chiesa e l’altra verso la strada principale dell’intera sezione Magenta e che con le sue due lunghe sequele di abitazioni inizia proprio dall’angolo del campanile.

Le pareti della navata, nella loro estrema semplicità architettonica, sono arricchite da tre lesene terminanti in alto con capitelli tuscanici.

Attigua alla chiesa e in diretta comunicazione con il presbiterio è la sacrestia alla quale è possibile accedere anche dall’esterno.

Nel corso degli anni e dei secoli, anche sulla chiesa del Carmine è stato necessario intervenire con lavori di ristrutturazione, di ammodernamento e di consolidamento.

Nel 1854 è stato fatto venire a Galatro il “perito muraio”Angelo Rovere di Polistena il quale, dopo un accurato sopralluogo alla chiesa, stabilì che bisognava intervenire subito per il “ristonamento basi, perché li muri sono sopra terra atteso lo sdrucciolamento del terreno” e che bisognava rifare l’altare perché “patito”.

Nel 1937, l’arciprete Marazzita, che già da tempo aveva notato che le condizioni della chiesa lasciavano molto a desiderare, grazie al contributo dei fedeli del rione, ha potuto provvedere a rifare l’interno.

Il buon parroco, memore dell’attenzione che verso quella chiesetta, piccola ma raccolta, proprio come le pievi di campagna, aveva sempre avuto il suo congiunto arciprete Antonino Martino, non ha deluso le aspettative dei fedeli e per tutti i lavori si affidò alla maestria ed all’estro artistico di un giovane muratore locale: mastro Peppino Scozzarra.

E il giovane artigiano non deluse le aspettative. Rifece l’altare completo di nicchia per la statua della Tutelare con ai lati quattro colonne con capitello che reggono il timpano. 

Il Tabernacolo, la Mensa eucaristica e le quattro colonnine che la reggevano Scozzarra le aveva realizzate in graniglia, materiale  utilizzato anche per costruire l’artistica balaustra e i gradini di accesso al presbiterio, soprelevato rispetto al livello dell’aula-navata.

A testimoniare la raffinata creatività artistica di mastro Peppino Scozzarra, resta solo la balaustra, perché il Tabernacolo e la Mensa sono stati sostituiti negli ultimi decenni. Altri interventi di restauro conservativo e di ristrutturazione di alcune parti sono stati necessari nel corso degli anni.

Infatti il sacro tempio ha subito danni sia dal terremoto del 1908 che dall’alluvione  dell’ottobre 1953, allorchè le piogge torrenziali hanno distrutto  quasi completamente il tetto ed il soffitto e provocato vistose lesioni al muro perimetrale sinistro, con minaccia di crollo anche del soprastante campanile.

Negli ultimi anni del secolo scorso il parroco Don Agostino Giovinazzo ha ottenuto che la Regione finanziasse la ristrutturazione della chiesa. I lavori (parziali: è stato rifatto solo il pavimento della navata) sono stati ultimati nel 2003.

Successivamente per la ristrutturazione del prospetto e delle pareti laterali ha provveduto Don Cosimo Furfaro con la collaborazione di tutti i fedeli.

Recentemente tutto l’interno della chiesa è stato pitturato e decorato da Carmelo Zito.

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DOTAZIONE STATUARIA: Oltre all’ottocentesca scultura lignea della Titolare, (opera di bottega meridionale) in questa chiesa sono esposte alla devozione dei fedeli le statue di san Francesco, (cartapesta, opera di G. Malecore) Santa Rita e Santa Filomena.



Umberto Distilo